Estratti CALLING YOU

COME PIOGGIA SULLA PELLE (Calling You vol. 1) di Jo Rebel
[AUTO-CONCLUSIVO]


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Ero partita dall’Italia con l’intenzione di riempire un vuoto, e invece in pochi giorni ero sprofondata in un buco nero ancora più grande, da cui non pareva possibile riemergere.
Incrociai le braccia stringendole più forte, strizzai gli occhi e la mia bocca si schiuse lieve, in una piccola smorfia innaturale.
Desideravo aiutare la mente a trovare ciò che stava cercando e poi ad andare oltre. E fu in quel momento che, senza averne intenzione, ebbi un lungo, intenso, e fin troppo reale flashback.


Osservai lo schermo piatto: avevo lasciato il menù in inglese. Una piccola mania.
Mi stimola leggere in inglese, sovente guardo i film in lingua originale, e il mio cellulare è settato su “english UK”.
Ragionai sul fatto che mi sarebbe piaciuto conoscere l’inglese come l’italiano. Gli occhi si fissarono sull’orologio digitale del display del dvd.
Le tre e mezza del mattino.
Fu in quell’istante che ebbe inizio un nuovo capitolo della mia vita e feci tre cose allo stesso tempo: mi alzai dal divano, spensi la televisione, e decisi di comprare un biglietto aereo per Londra…


Mi stavo perdendo nei caldi colori di un perfetto sconosciuto quando all’improvviso la sua testa si mosse e, prima che potessi reagire, due occhi dal taglio felino si fissarono sulla mia faccia.
Mi bloccai, immobile.
Forse avrei dovuto staccare lo sguardo ma non ci riuscivo. Restammo in quella posizione per circa una decina di secondi, in silenzio, senza il minimo imbarazzo. Era come se non potessimo farne a meno, ci stavamo leggendo negli occhi. I miei di certo raccontavano cose che ad alta voce non avrei mai potuto ripetere.
D’istinto assaggiai a lungo il suo sapore percorrendo un lato del suo collo con la punta della lingua. Abbassai le palpebre e sentii un gemito.
«Lila. Ti desidero così tanto…»
Quella voce, la sua voce, bassa, calda, mi fece venire la pelle d’oca.
Rotolammo su un fianco e ci sfilammo i jeans, poi, sempre senza fretta, lui ritornò sopra di me. In quegli istanti il desiderio era talmente forte che poteva essere paragonato alla fame. Eravamo come cibo l’uno per l’altra, senza il quale non avremmo potuto sopravvivere. Il mio corpo richiedeva di essere nutrito del suo, e viceversa. Lo baciai e lo toccai dappertutto, e lui fece altrettanto, finché le nostre bocche non si ritrovarono, per saziarsi a vicenda.
Anche gli ultimi indumenti erano stati spazzati via.
[...]
Abbassai di nuovo gli occhi e quando lo sentii entrare in me, inarcai la schiena, e tremai. Poi lui cominciò a muoversi, e per la prima volta feci davvero l’amore.


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COME FOGLIE SOSPESE NEL VENTO (Calling You vol. 2 spin off) di Jo Rebel
[AUTO-CONCLUSIVO]


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Sunset Boulevard è una delle vie leggendarie di Los Angeles che dal traffico del centro cittadino porta al fascino indiscusso di Malibu. Qui sorgono gli storici studios cinematografici, insieme ai locali dove è stata scritta parte della storia da sogno, e a tratti tragica, delle star hollywoodiane.
È stata teatro di importanti proteste negli anni Sessanta e ha visto le luci e la decadenza del rock and roll tra i Settanta e gli Ottanta.
Proprio in Sunset Boulevard, nella zona di West Hollywood, si trova il Chateau Marmont, albergo di lusso costruito nel 1929 e ispirato al castello francese di Amboise, che nel 1970 ha ospitato per qualche tempo Jim Morrison, il Dio del Rock, e nel 1982 è stato l’ultima dimora di John Belushi, trovato morto per overdose nel bungalow numero tre.
Set di diversi film, il patio del bar-ristorante del Marmont era il posto che avevo scelto per festeggiare i miei primi ventisei anni, in perfetto stile glamour e all’insegna del “party&gossip”.
Arrivai in limousine con quasi un’ora di ritardo, tempo speso a finire la bottiglia di Jack che avevo aperto la notte precedente con alcuni amici in un puzzolente monolocale in Sunset Strip. 



Davo loro il sogno di una notte, a volte romantico, a volte brutale, dipendeva dal mio umore, ma a nessuna avevo mai promesso nulla. Non si aspettavano di essere richiamate nei giorni successivi, non provavano nemmeno a contattarmi, non gliene davo il modo. Volevano la “scopata famosa”, e quello era tutto ciò che ero disposto a concedere. La colazione non era compresa nel pacchetto.
Con Lila invece ero andato ben oltre muffin e caffè, a lei avevo dato il mio cuore, la mia anima. Lila Packer mi ha visto per quello che sono veramente, anzi, per quello che ero prima di diventare uno stupido nome da copertina, e che con lei, in parte, avevo ritrovato.
Non le era bastato, e scomparsa Lila era scomparso anche il “Patrick qualunque” che avevo sperato lei desiderasse al suo fianco.



Era fine marzo, portavo una giacca da mezza stagione e un cappellino dei New York Yankees, con due dita abbassai la visiera a coprirmi la parte superiore del volto. In pochi secondi Henry Jordan, il mio fidato manager, mi fu accanto.
La polizia teneva a freno la gente, i flash delle macchine fotografiche m’impallavano la vista, nelle orecchie rimbombava il mio nome.
Mi venne la nausea.
Appena salito sulla berlina Mercedes con i vetri oscurati, tirai un sospiro di sollievo.
«Che cazzo!» esclamai. Il soggiorno negli Stati Uniti non era mai un bene per il mio linguaggio.
«Sopporta Pat, quelle urla sono più importanti dell’aria che ti riempie i polmoni. Il giorno che non le sentirai più, be’ comincia pure a preoccuparti» disse Henry sistemandosi meglio gli occhiali scuri. Si era infilato in macchina con lo scatto di un ghepardo, sedendosi al mio fianco. Fece un cenno all’autista che partì a velocità moderata per farsi strada tra la gente che ancora accerchiava la Mercedes.
«Alla fine mi spareranno, come successe a John Lennon» mormorai.
Henry fece una sommessa risatina. «Ragazzo mio, non sei ancora così famoso, rilassati.»
Sbuffai e voltai lo sguardo verso il finestrino.



Abbassai gli occhi, sospirai, poi raccolsi il borsone e andai verso la mia camera. Posai la valigia sul pavimento in fondo alla stanza, mi tolsi la giacca e la lanciai su una sedia, quindi mi voltai.
Fu allora che il mio sguardo incontrò il letto e la vista cominciò ad appannarsi.
Tra quelle lenzuola Lila mi aveva concesso se stessa, donandomi una beatitudine mai provata prima. Mi avvicinai e mi sedetti sul bordo del materasso. Chiusi gli occhi e inspirai a fondo.
Concentrandomi potevo ancora sentire il suo respiro sul mio viso, lento, profondo.
La prima volta che avevamo fatto l’amore non riuscivo a smettere di guardarla. Quel volto, così radioso e colmo di fiducia, mi chiedeva, anzi, mi implorava di essere dolce, di amarla non solo con il corpo. Ed io ero stato ben felice di assecondare quella muta richiesta. L’avevo fatto perché desideravo la stessa identica cosa. Ricordo quanto quel desiderio mi avesse eccitato e spaventato al tempo stesso.
La rividi stesa sul letto, appoggiata sui gomiti, in attesa che la raggiungessi. Rividi il suo sorriso, le sue forme, i suoi colori, quell’espressione profonda che raccontava sentimenti che io all’epoca sentivo di non essermi guadagnato. Non ancora.



Mi sentivo svuotato. Un senso di mancanza al centro del petto che sembrava non trovare pace.
Accarezzai con movimenti lenti il cuscino alla mia sinistra.
Forse potevo ancora fare in modo che scegliesse me, così come io avevo scelto lei, ne ero certo. E la speranza che, con Lila accanto, quelle sensazioni di armonia e felicità sarebbero ritornate per ripetersi ogni giorno, mi scaldò almeno in parte il petto.
Spensi la sigaretta nel posacenere che si trovava sul tavolino di fronte al divano, poi strinsi forte i pugni fino a graffiarmi il palmo delle mani con le unghie.
Senza Lila ero inutile, sciocco e incompleto, e se fossi riuscito a rendermene conto, avrei anche compreso che io ero l'unico a potervi porre rimedio.

[Proprietà letteraria riservata COPYRIGHT © Jo Rebel]

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