CRAVING di Jo Rebel - "estratto" primi capitoli (Golem Edizioni)

"Craving" di Jo Rebel
(estratto primi capitoli)

Editing: Claudia Colucci
© 2014 Jo Rebel
© 2015 Golem Edizioni
ISBN 978-88-98771-34-9
I Edizione Dogma Novembre 2015





Italia, febbraio 1862
Violata. Quella parola continuava a ripetersi senza tregua. Non riuscivo a pensare ad altro. Ero stata violata in ogni modo possibile. Nel corpo, nella mente, nell’anima. Il dolore era stato intenso, a tratti estremo, ora quasi non lo sentivo più. Stava scivolando via, insieme a una vita che avevo amato e che adesso mi attraversava veloce gli occhi. Ogni anno, ogni momento, ogni ricordo.
In fretta, troppo in fretta.
Sentivo freddo, il terreno portava con sé il gelo della notte, e un gusto amaro mi riempiva la bocca, un misto di sangue, sudore, lacrime e fango. Ogni respiro mi costava una fatica indicibile.
Avvertii qualcosa toccarmi una mano.
All’inizio tremai, poi il mio istinto lo riconobbe e capii.
Mio fratello.
Era accanto a me, come sempre. Anche lui era stato ferito gravemente, ma quanto?
Provai a parlare, ma non riuscii a emettere alcun suono.
Il solo pensare mi costava troppa fatica.
Chiusi gli occhi.
Stanca, oh sì, ero stanca, tanto stanca...
E poi all’improvviso arrivò.
Tutto si fece buio, sempre più buio...
E con un ultimo respiro, sfinita, abbracciai la tenebra.
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Oggi


Victoria
L’alba era sorta da poco. Uscii di casa.
L’aria mattutina era fresca e penetrante. Potevo percepire la bassa temperatura attorno al corpo, anche se per me caldo o freddo non fa quasi più alcuna differenza.
Alzai gli occhi a guardare l’orizzonte, un gesto automatico che ripeto ormai tutti i giorni alle prime luci del mattino. Lunghe onde di nubi leggere coprivano il sole, impedendo ai raggi di arrivare a toccare la terra. Annusai l’aria. Era tersa e nulla faceva presagire cambiamenti atmosferici.
Sulle mie labbra si dipinse un sorriso soddisfatto. Le nuvole avrebbero accompagnato l’intera giornata e questo, dal mio punto di vista, è sempre un bene. Avrei potuto fare a meno degli occhiali scuri. Per precauzione li avevo comunque messi in borsa, durante il giorno non esco mai senza.
Feci qualche passo verso il centro del giardino, dove l’erba era stata tagliata da poco. Mi inginocchiai e lasciai scivolare le dita su quella liscia moquette verde brillante. Era morbida e ancora piacevolmente fredda, grazie al tocco lasciato dalla notte appena conclusa. Serrai gli occhi e inspirai a fondo, assaporando ciò che restava del profumo del buio.
La tenebra, che da decenni accompagna i momenti migliori della mia esistenza, sarebbe tornata presto. Si trattava di fare passare al meglio le ore di luce, magari anche evitando di cadere nel baratro della noia.
Aprii gli occhi e con uno scatto elegante mi rialzai in piedi.
Mi accorsi di aver sospirato solo quando non mi rimase più aria nei polmoni.
E dai, che sarà mai dissi a me stessa, tornando a osservare il panorama.
In fondo non era altro che un ulteriore primo giorno. Quanti ce n’erano stati fino a quel momento? Avevo perso il conto. Nel mio caso un primo giorno di solito significa un posto sconosciuto. In realtà questa volta non si trattava di una città mai vista, ma di luoghi che avrei dovuto nuovamente imparare a conoscere.
Mi voltai verso la villetta che da poche ore era diventata la mia residenza fissa, e in cui mi apprestavo a vivere almeno per i prossimi cinque o sei anni. Forse addirittura dieci, con un po’ di fortuna. Non l’avevo scelta io, però mi piaceva. Portava con sé del carattere.
Allungai lo sguardo, andando oltre la casa, verso i fitti boschi della collina, dove il verde intenso delle foglie si appoggiava mellifluo al marrone della terra e al velo scuro delle ombre formate dagli alberi.
Sono passati circa sessant’anni dall’ultima volta che sono stata a Torino, un’infinità di cose è cambiata nel frattempo. La città è diversa, io sono diversa, anche se fisicamente non sono cambiata per nulla, pettinatura a parte.
Oggi il mio nome è Victoria Maroncelli, e avrò ventun anni per tutta l’eternità. Com’è possibile?
Semplice, sono un vampiro.

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Gregorio
Mi bastò fissarla per un istante. La fanciulla si perse nell’oscurità del mio sguardo, ipnotizzata dal potere e disinibita da un desiderio primitivo, che fino a quel momento non sapeva di poter provare. Ero stato io a insinuarlo dentro di lei, e per qualche ora me ne sarebbe stata riconoscente.
Le sfiorai una guancia con la punta delle dita, poi chiusi gli occhi.
La prima notte a Torino si stava rivelando interessante in modo inaspettato.
Nel silenzio risuonò ritmico l’aumentare del suo battito cardiaco, misto al brusio del flusso di sangue che cominciava ad agitarsi con prepotenza sotto quel delicato strato di pelle abbronzata. L’estate era passata da poco e le aveva regalato un deciso colore ambrato.
Riaprii piano le palpebre e mi chinai su di lei, avvicinandomi con cautela al collo. Ero ormai a pochi centimetri. Inspirai a fondo e il suo odore mi riempì le narici. Sapeva di sole e di innocenza.
Mentre facevo scivolare con delicatezza le mani sui suoi capelli, la ascoltai mormorare qualcosa di alquanto perverso che nulla aveva a che fare con la dolcezza che segnava quel viso beato. Ancora una volta ero riuscito a scatenare la parte selvaggia che alberga in ogni essere, umano,
animale o... soprannaturale.
Accennai un ghigno compiaciuto, poi coprii la breve distanza che ancora ci separava e le sfiorai la pelle sopra la giugulare, nel punto esatto in cui avevo deciso di assaggiarla. Mi concessi qualche secondo in quella posizione, gustando appieno il suo aroma. L’attesa prolungata scatenò una potente ondata di veleno nei miei occhi. Avevo la gola in fiamme e tutto il resto del corpo pervaso da una sincera eccitazione.
Ero pronto.
Quella femmina stava per saziarmi in ogni modo, e dissi a me stesso che era l’unico motivo per cui provavo piacere a essere con lei in quel preciso istante.
Così era sempre stato dal momento in cui ero stato cambiato, e così doveva essere.
Le gengive pulsavano lì dove i denti si stavano preparando a fare il loro dovere. Mi trovavo molto vicino, pronto a baciarla in modo gentile, pronto a penetrare la sua soffice pelle, quando...
“...Gregorio...”
Ebbi un sussulto. Il suono del mio nome pronunciato in modo sensuale da un’altra donna decine di anni prima – una che non era affatto stata solo lo sfogo di una notte – entrò nella mia mente senza che l’avessi cercato, e un ricordo non richiesto mi fece perdere per un attimo la concentrazione.
Evitai ulteriori indugi. Con un ringhio quasi strozzato in fondo alla gola, serrai le palpebre, aprii la bocca, quindi affondai i canini nella vena pulsante. La ragazza fu presa alla sprovvista ed emise un gemito secco. Cercò di dimenarsi, ma mi bastò entrare per qualche secondo nella sua debole mente, manipolarle le sensazioni, e si lasciò andare tra le mie braccia. Lo facevano tutte, perché questa volta sarebbe dovuto andare in modo diverso?
Il calore del liquido che mi scendeva in gola placò in parte il desiderio, ma non il fastidio per l’intrusione che era venuta a tormentare quel momento in modo tanto inopportuno.
Nonostante l’irritazione che mi passeggiava sulla pelle, non fui avido e nemmeno brutale. Ebbi così il tempo di capire che la ragazza aveva un buon sapore. Non succedeva spesso, quella sera ero stato fortunato.
Saziai il mio bisogno e poi immaginai di sfogare il resto della mia eccitazione facendo sesso con quel corpo sconosciuto. Ma prima che potessi mettere in atto i miei propositi, lei voltò lo sguardo su di me e la dolcezza marina dei suoi occhi catturò i miei.
Con uno scatto mi allontanai di qualche centimetro. Poi feci qualcosa che non rientrava nei miei soliti comportamenti: mi fermai a osservarla. Bere da una vena era stato appagante, come decine di altre volte prima di quella, con decine di altre donne. Era trascorso un considerevole numero di anni da quando avevo imposto a me stesso di rinunciare a provare ancora sentimenti per una femmina, e non avevo nemmeno dovuto sforzarmi troppo per mantenere salda quella rinuncia.
I sentimenti comunque non mi piacciono.
La guardai un’ultima volta.
Maledizione!
Quel viso racchiudeva in sé qualcosa di particolare, qualcosa che non avevo mai trovato nelle mortali che avevano – quasi sempre in modo inconsapevole – fatto parte della mia esistenza.
Nemmeno in lei.
Lei, l’unica donna del mio passato che mi aveva fatto credere di poter avere qualcuno accanto con cui condividere il futuro. Dopo di lei nessuna era stata più in grado di scatenare un sorriso sincero sul mio volto.
Non erano altro che esseri a cui io, la maggior parte delle volte, avevo dato piacere, prendendo comunque sempre ciò di cui ho bisogno per continuare a esistere. Sono molto bravo in questo genere di scambi.
Scacciai di nuovo con forza quei pensieri e trassi un lungo respiro.
Un gemito gonfio di fastidio mi salì in gola, chiaro indizio che era ora di tornare a casa.
Mentre l’alba si apprestava a fare il suo ingresso trionfale, abbandonai quella giovane sconosciuta nel suo letto, non dimenticando di cancellarle dalla mente e dal corpo il ricordo di quella notte, insieme a
ogni traccia del mio passaggio.


Uno
Victoria
Ricominciare è sempre fastidioso
«Gregorio!» urlai, ferma in mezzo al giardino della nostra nuova casa. Mio fratello doveva essere nelle vicinanze. Non importa in quale città ci troviamo, lui rincasa sempre all’alba.
Un movimento leggero e in un attimo mi fu accanto.
«Non c’è alcun bisogno di gridare così forte, Victoria. A volte ti comporti davvero come un qualsiasi essere umano, anche quando non è necessario» sussurrò, sbattendo le ciglia sugli occhi socchiusi.
Tra noi esiste da sempre un rapporto indissolubile, un legame che va oltre il fatto di essere nati dalla stessa madre.
Della nostra prima vita abbiamo ricordi lontani, che il tempo sta facendo sbiadire, come parole d’inchiostro su un foglio bagnato dall’acqua di una pioggia fine e inarrestabile. Solo il profondo affetto che sentiamo l’uno per l’altra supera ogni limite, temporale e non.
E ogni volta che mi fermo a guardarlo, nelle ombre della luce appena accennata di un giorno incipiente, posso rendermi conto con facilità del perché nessuno, uomo o donna che sia, possa resistergli.
Eterno ventiduenne, Gregorio non ha di certo bisogno di usare i suoi poteri per convincere una femmina a stare con lui. Il suo viso è squadrato, la bocca piena e sensuale, gli zigomi alti e pronunciati. Ha i capelli corvini, leggermente ondulati, lunghi fino a coprirgli il collo, e gli occhi scuri come una notte senza luna, profondi, intensi, circondati da lunghe ciglia nere. È alto più di un metro e ottanta e il suo corpo è snello e con i muscoli ben definiti.
Con la camicia bianca aperta fino a scoprirgli parte del petto glabro, sembrava appena uscito dalla pubblicità di un profumo di qualche famoso stilista, abbronzatura a parte. La sua pelle, come la mia, è infatti pallida e perfetta. Solo dopo aver riempito le vene di sangue nuovo e caldo ritroviamo un po’ di colore, ma non dura molto.
«Pulisciti le labbra, Greg» suggerii accarezzandogli una guancia.
Conosco abbastanza bene il mio fratellino da sapere che aveva lasciato apposta alcune tracce, per farmi intuire che tornava da una notte ricca di soddisfazione. Lui si passò la lingua sui bordi della bocca, poi abbassò le palpebre e deglutì con gusto, mentre un sorriso soddisfatto fece capolino sul suo viso.
«Nostro padre è in casa?» domandò, con gli occhi ancora chiusi.
«Immagino di sì. Prima ho sentito della musica arrivare dalle sue stanze.»
Greg si concentrò per un istante. «Sì, è in casa.»
Colui che chiamiamo padre in verità è il nostro Creatore. Il suo nome è Domiziano Claudio Maroncelli, ed è nato a Firenze, oltre trecento anni fa. Trasformato intorno ai suoi quarant’anni mortali da Isadora, una vampira che si era innamorata di lui, è saggio, colto e astuto. Fino al momento in cui il suo cuore ha smesso di battere, Domiziano è stato un precettore.
La femmina che lo ha reso immortale dopo poco tempo era stata distrutta da un Anziano forte e potente. Domiziano non era con lei quella volta. Era vamp da poco e non aveva ancora acquisito una decente conoscenza sulle leggi che regolano l’esistenza della nostra specie, quindi non aveva avvertito il pericolo. Non avrebbe potuto fare niente in ogni caso. Poche volte il nome di Isadora ha fatto capolino sulle sue labbra, e i suoi racconti sono sempre stati brevi e privi di particolari. L’unica cosa che ci è stata chiara fin da subito è che lei aveva infranto una delle sacre regole che governano la nostra esistenza, e per questo aveva meritato di ritornare a essere polvere.
Quando Gregorio riaprì gli occhi notai che brillavano di una luce insolita, quasi gioiosa. Ero sul punto di domandargli cosa avesse provocato quell’apparente felicità, ma lui serrò la mascella e il suo sguardo cambiò. Con un gesto deciso fece ricadere qualche ciocca di capelli a coprirgli parte del viso, creando così un ambiguo gioco di luci e ombre.
Dovevo essermi sbagliata.
Greg si voltò a osservare l’ingresso della villetta in cui ci eravamo appena trasferiti.
Costruita su due piani e un seminterrato, si trova immersa nel verde della zona collinare di Torino, con un grande giardino sul davanti, circondato da imponenti alberi secolari. Sul retro invece un fitto bosco si estende fino alla cima della collina. È una costruzione moderna, abbastanza isolata da avere un po’ di privacy, ma non distante dal fiume Po e quindi dalla città.
Gregorio sospirò. «Non sono ancora abituato a questa casa.»
«Ricominciare è sempre fastidioso» commentai laconica.
Fece spallucce, poi tornò a guardarmi dritto negli occhi.
«Dove vai così presto?»
«All’università.»
Avanzò di qualche passo e si appoggiò con la schiena al grosso tronco di una quercia. «Ma non sei stanca di prendere una laurea dietro l’altra? Trovo il normale studio accademico così ripetitivo e ormai privo di stimoli» sul suo viso una sincera espressione di noia suggellava quell’affermazione. «E poi non capisco il tuo desiderio di passare così tante ore a contatto con gli umani.»
«Lo so che non lo comprendi, ma almeno qualcuno di noi deve dare l’impressione di una minima normalità.»
«Be’, Domiziano lavora, accidenti!» sbottò lui.
Lo guardai sgranando gli occhi. «Compra e rivende case, speculando sul valore degli immobili nel tempo. E investe in borsa intuendo, per così dire, l’andamento del mercato internazionale. Tu lo chiami lavoro questo?»
Sbuffò. «Porta a casa dei soldi, quindi è un lavoro.»
«Direi che non abbiamo bisogno di soldi» mormorai. Poi, a voce alta, aggiunsi: «Lasciamo stare, non ho voglia di discutere con te adesso.»
Intravidi l’ombra di uno dei suoi sguardi glaciali, ma in un batter di ciglia ritornò splendido e imperscrutabile come solo lui sa essere.
Cambiò discorso con disinvoltura. «A quale facoltà hai intenzione di iscriverti questa volta?»
«Scienze della Comunicazione.»
Gregorio non fece caso alle mie parole, e non solo per il fatto che non gli interessavano – era palese che la sua fosse una domanda di cortesia e che non gli importasse per nulla la mia scelta didattica – ma perché qualcosa attirò con prepotenza la sua attenzione.
Si girò di scatto, gli occhi intenti a scrutare la vegetazione dietro le nostre spalle.
Un improvviso vento gelido ci sferzò la pelle.
Avvertii tutti i sensi di Gregorio accendersi ed espandersi. Le sue pupille diventarono nere come la tenebra e il bianco degli occhi venne sostituito da un profondo rosso scarlatto. I muscoli si irrigidirono sotto il prezioso tessuto della camicia fatta su misura. I nervi erano tesi.
Era pronto ad attaccare.
Ma cosa?
Restai immobile, intenta anch’io ad ascoltare il silenzio e a valutare le ombre della casa e della fitta foresta che ci circondava, in cerca di qualcosa, tentando di comprendere cosa l’avesse messo in allerta.
Entrambi avevamo smesso di respirare. All’unisono, passammo in rassegna i quattro punti cardinali. Nord, ovest, sud e infine est, dove stava nascendo il sole. Le nuvole leggere, che fino a pochi istanti prima lo coprivano solo in parte, adesso si erano fatte più dense, scure come ferro vecchio, e minacciose. Ma a parte questo, nulla. Solo l’ondeggiare delle foglie e il frusciare dei rami, oltre a qualche piccolo animale che si spostava rapido.
Gregorio riprese piano a immettere aria nei polmoni, le sue iridi smarrirono l’aspetto letale del predatore, ma non l’aggressività, e infine si voltò di nuovo verso di me.
«Cos’è stato, Greg?» ansimai, appena riuscii a ritrovare la voce.
«Non lo so» il suo sguardo era duro, sputava veleno. «Continuo ad avere questa orribile sensazione, come se qualcuno mi stesse osservando, ma non può essere» affermò, cominciando a gesticolare in modo frenetico. «Se ci fosse qualcosa nei dintorni, io lo percepirei.»
«Cosa significa? Non è la prima volta che ti capita di provare una sensazione del genere?» domandai a voce bassa.
«No» ammise, pieno di rabbia. E dopo una breve pausa aggiunse: «Qualsiasi cosa fosse io dovrei sentirla. Invece avverto solo potere. Me lo sento scivolare addosso. Qualcosa che non ho mai incontrato prima d’ora. Fluttua nell’aria e, maledizione, non riesco a metterlo a fuoco.»
Passarono pochi secondi e le nuvole si diradarono, consentendo al tiepido sole del mattino di sfiorarci entrambi. Il calore mi toccò la nuca, strinsi gli occhi. Gregorio si voltò con rapidità per dare le spalle alla luce. Sul suo viso si disegnò un’ombra di fastidio, ma si trattò di un attimo. Appena fu al sicuro, nascosto dall’ombra del suo stesso corpo, mutò espressione e riprese la sua spavalda sicurezza.
Mio fratello è forte, molto rapido, uno dei migliori predatori che abbia mai avuto modo di osservare da quando sono stata trasformata. Un vero stratega. Al nemico non dà scampo. Se deve affrontare una
lotta, non attacca per ferire, ma per uccidere. Sentirlo disorientato mi gelava il sangue.
«Io non ho captato proprio nulla» mormorai quasi tra me e me, vergognandomi un po’ della mia scarsa capacità di intuire il momento giusto in cui mettermi in allerta.
«Non ti preoccupare, piccola Vic» disse, sforzandosi di controllare gli istinti. «Magari è solo una mia paranoia, e in caso contrario, io ti proteggerò.»
Mi accarezzò il viso.
«Ma io...» tentai di replicare che ero capacissima di prendermi buona cura di me stessa, ma Gregorio mi appoggiò due dita sulla bocca impedendomi di terminare la frase. Aveva ragione lui, e non c’era altro da aggiungere.
Mi scrutò per un istante, poi, come se niente fosse, riprese a chiacchierare allontanandosi dalla quercia e tirando fuori una delle sue migliori espressioni umane. Una di quelle che aveva imparato a usare bene per mitigare la sua vera natura. Cominciammo a passeggiare lenti verso casa, dando le spalle all’alba.
«Ti sei nutrita di recente?»
Ecco uno dei suoi argomenti preferiti.
D’istinto mi portai una mano sul collo. «Non ne sento ancora il bisogno.»
Alzò un sopracciglio. «Non sono d’accordo. I tuoi occhi stanno cominciando a scurirsi.»
Di norma ho gli occhi di un blu acceso, ma quando la sete comincia a essere evidente diventano neri, minacciosi. Succede a tutti i vampiri. Per uno della nostra specie, avere di natura le iridi molto scure è un bene, gli umani quasi non notano differenze quando ti avvicini a loro con il corpo in fiamme. Gregorio è quindi fortunato, e lo sa.
Mi passai le dita sulle palpebre e le sentii gonfie, anche se non avvertivo ancora alcun segno di bruciore, né in bocca né agli occhi. A ogni modo era meglio non arrivare al limite, meglio non aspettare la sensazione di fuoco in gola a cui segue una tosse fastidiosa, altrimenti non sarebbe stato più possibile controllarsi e chiunque sarebbe stato interpretato come cibo. E io invece volevo poter scegliere. Sempre.
Presi un bel respiro. «Lo farò questa notte.»
«Potremmo farlo insieme, è da un po’ che non condividiamo la cena» propose, con un sorriso perverso che prometteva svago e piacere.
«Hai già trovato un ristorante adatto alla nostra dieta?» chiesi, divertita da quel nostro sciocco linguaggio in codice.
«Oh sì, sorellina» rispose, strizzando un occhio e allargando in modo fin troppo esagerato il sorriso.
Lo immaginavo. Ero certa che Gregorio avesse già perlustrato per bene il nuovo territorio. Il colore del suo incarnato e le tracce intraviste sulle sue labbra suggerivano che il mio splendido fratello non si fosse accontentato di qualche animale trovato nei boschi.
«Divino. E dove sarebbe codesto luogo, di grazia?»
«Victoria, accidenti! Fai un po’ di attenzione a come parli, se ti sentono usare certe espressioni al giorno d’oggi ti prendono per una matta da ricovero» mi redarguì.
Tirai fuori una compita espressione mogia, feci un perfetto inchino, e lui alzò gli occhi al cielo. «Va be’, hai presente i Murazzi del fiume Po?»
Annuii con la testa. Ne avevo sentito parlare. Il lungo Po, chiamato Murazzi, è uno dei luoghi preferiti della movida torinese, con locali aperti quasi tutta la notte, sia d’estate che d’inverno.
«Ecco, diciamo che, dal tramonto all’alba, i Murazzi offrono ottime opportunità per noi.»
«Ne vedo il risultato sul tuo viso, ma mi spiace dirtelo, fratellino, nonostante tu abbia avuto modo di nutrirti, hai l’aria alquanto stanca» affermai, facendo riferimento alle profonde occhiaie che gli circondavano le orbite.
Sbuffò. «Sì. Quindi, mentre tu andrai a sollazzarti con le piccole cose inutili che regolano il quotidiano del genere umano, io scivolerò in un meritato riposo. Ho bisogno di energia nuova.»
Allungai lo sguardo su di lui. I vampiri possono restare intere settimane senza chiudere occhio, ma a un certo punto siamo quasi obbligati a riposarci e a rimetterci in forze. Il nostro sonno è paragonabile a una specie di breve letargo, in cui imponiamo al corpo di smettere di funzionare per qualche ora, in modo da recuperare l’energia. Siamo come delle pile che si devono ricaricare, ma, soprattutto, quello è uno dei pochi momenti in cui non siamo all’erta e diventiamo vulnerabili.
A ogni modo sentire Gregorio che ammetteva di aver bisogno di qualcosa – anche di qualcosa di innegabile come il necessario riposo – era quasi un evento da prima pagina.
«A più tardi fratellino. Fai attenzione.»
Alzò un sopracciglio, quasi sorpreso da quella raccomandazione. «Non ti preoccupare, c’è Domiziano in casa. Non può succedermi nulla.»
«Buon riposo, Greg.»
Mi accarezzò i capelli fin oltre le spalle, dandomi poi un lieve bacio sulla guancia. Non ebbi il tempo di ricambiare, lui era già in casa.


Due
Gregorio
Non è l’attenzione sulla nostra diversità che desideriamo conquistare
Uscii dal bagno in una nuvola di vapore, con un asciugamano di spugna attorno alla vita e i capelli bagnati. Avevo contato sul fatto che una lunga doccia bollente potesse schiarirmi le idee, ma così non era stato. Percorsi il corridoio incurante di ciò che mi stava attorno, gocciolando sul marmo freddo, e mi bloccai solo quando raggiunsi la mia stanza. Davanti a me lo specchio a grandezza naturale che si trova nell’angolo opposto alla finestra.
L’immagine riflessa in quel pregiato pezzo d’antiquariato – una cornice dorata risalente al XVII secolo con tanto di vetro originale – era quella di un ragazzo nel pieno della giovinezza. Un gran bel pezzo di ragazzo a dire il vero, e non è una novità visto che sono io. Controllai con cura i lineamenti marcati del viso, magari a osservare bene avrei trovato una minima traccia di differenza, un’infinitesimale ruga, un segno che dal giorno precedente qualcosa era cambiato...
Ovviamente no.
Mi sorpresi a chiedermi se prima o poi mi sarei stancato di vedermi addosso sempre quella immutabile faccia. Poi scossi la testa, dandomi dello sciocco per quel pensiero.
Mi avvicinai di più, con l’indice e il medio della mano destra toccai uno zigomo. Schiacciai le dita un poco più a fondo. La sensazione della pelle robusta a volte mi fa ancora effetto. L’immortalità l’ha resa compatta, pura e adamantina, anche se ancora malleabile al tatto. E con gli anni si rinforza sempre di più. È difficile che un umano – con il suo scarso spirito di osservazione e la sua stupida coerenza nel non voler accettare che possa esistere qualcosa di soprannaturale – possa rendersi conto di questa diversità, ma per i vampiri è come un vero e proprio marchio, un marchio con cui ci riconosciamo tra noi, più che con l’odore.
Una specie di materia senza nome, sconosciuta, forte, resistente, quasi indistruttibile. Se qualcuno, o qualcosa, riesce a ferirci, il nostro potere di guarigione è rapido e ineguagliabile. Le leggende sono parecchie, ma a saper mio, solo un combattimento corpo a corpo tra due o più vampiri può portare alla distruzione di un mio simile.
A ogni modo, tra le tante cose che ho scoperto diverse in me dopo la trasformazione, la pelle è sempre stata ciò che mi ha incuriosito di più.
Osservai ancora meglio l’insieme. Il lieve colorito dato dal sangue preso di recente stava scomparendo, ma la mia attenzione si concentrò soprattutto sulle profonde occhiaie che mi solcavano la faccia. Avevo riposato poco di recente, e quel poco era sempre stato agitato. Gli occhi segnati dalla stanchezza sono una delle poche cose che ci portiamo dietro dalla passata vita mortale.
Dopo la prima volta in cui mi era successo di avere l’impressione di essere spiato, non ero più riuscito a rilassarmi del tutto, a sprofondare nell’oblio del riposo, abbandonando ciò che era terreno per ritrovare l’energia necessaria a gestire alla grande la mia esistenza. Era successo alcuni mesi prima, a Manchester. Allora si era trattato di pochi eventi sporadici e di scarsa importanza, ma negli ultimi tempi la sensazione di una presenza sconosciuta che mi girava intorno si era intensificata.
Ormai quasi ogni giorno avvertivo un potere malefico nelle vicinanze.
Scrollai la testa, abbassando gli occhi.
Forse stavo impazzendo. Perché no? Non è insensato pensare di perdere la ragione, anzi, è possibile. Sono sempre stato convinto che vivere in eterno possa logorare fino addirittura alla follia.
E accidenti, vivere senza sosta e con le stesse persone ancor di più.
Sorrisi. Stavo mentendo.
Mia sorella è il mio personale sole di mezzanotte, la luce della mia tenebra a cui non credo potrei mai rinunciare. E Domiziano... be’, Domiziano è di certo il miglior padre-vampiro acquisito che ci potesse capitare. Leale, cortese, per nulla impiccione. Rispettoso da sempre dei nostri spazi, a patto, ovvio, che noi ci si dimostri altrettanto discreti rispetto ai suoi, e soprattutto, che si sia ligi alle leggi degli immortali. A volte si rintana per giorni, studiando vecchi libri, facendo ricerche d’archivio, e lasciandoci liberi di fare ciò che più ci aggrada. È anche un ottimo stratega, capace di prevedere le mosse di chi gli sta davanti e, al momento giusto, si è dimostrato pure un dignitoso guerriero.
Inoltre, cosa da non sottovalutare per un poco più che ventenne destinato all’eternità, non ti dice mai a che ora rientrare.
Una pacchia!
Sollevai gli occhi, cercando di nuovo il viso conosciuto nello specchio, invece la vista mi giocò uno strano scherzo. Cominciò a offuscarsi e lo scenario davanti a me prese a ondeggiare leggero, infine si rimescolò fino a trasportarmi in un tempo lontano.
Un ricordo prese vita in modo così nitido da farmi quasi credere di aver fatto un salto nel passato.

L’anno era il 1891. L’occasione, la nostra prima volta a Torino insieme a Domiziano.
Da quando eravamo stati trasformati il nostro Creatore aveva preferito farci viaggiare, dandoci così la possibilità di conoscere paesi stranieri e allo stesso tempo prendere confidenza con il nostro nuovo corpo e le nuove pulsioni. La Francia, la Spagna, il Belgio, per poi scendere verso le isole della Grecia e la Turchia. Anno dopo anno ci aveva educati con pazienza, sia nella mente che nel corpo. Eravamo in grado di citare Plauto come Shakespeare, e con la stessa grazia potevamo appoggiare le labbra a un calice di vino oppure a un polso. Con il passare del tempo era diventato facile gestire il potere acquisito, tanto quanto l’apprendere lingue e usanze.
Quindi Domiziano aveva stabilito che era arrivato il momento per noi di rientrare in patria, dichiarando che la città sabauda avrebbe potuto essere la tappa ideale.
L’Italia unita stava attraversando un periodo di forte emigrazione verso le Americhe e altri stati europei. Allo stesso tempo il regno di Umberto I di Savoia vedeva l’inizio di un ciclo di rapida industrializzazione. Si stava affermando il movimento operaio, l’economia progrediva, e ciononostante il Paese conservava forti squilibri tra il Nord industrializzato e moderno e il Sud per lo più agricolo e ancorato al passato.
Torino, non più capitale, si trovava allora nel pieno di una fase intrisa di mistero, magia e occultismo. Con queste premesse fu alquanto facile inserirci nei migliori salotti della città. In parte per il finto titolo nobiliare di cui si era appropriato Domiziano, ma soprattutto grazie al nostro aspetto, che mischiava una bellezza provocatoria alle ombre scure dell’ambiguità.
Un giorno il mio padre-vampiro acquisito mi prese da parte, mise un braccio attorno alle mie spalle e disse: «In te è fin troppo evidente il fascino della tenebra, figlio mio. Attiri gli esseri viventi come la luce attira le falene, ma sta’ attento. Ciò che provoca desiderio, provoca anche invidia. Potresti trovarti a dover gestire situazioni spiacevoli più spesso di quanto tu voglia. E non dimenticare mai che non è l’attenzione sulla nostra diversità che desideriamo conquistare.»
Da quando ci aveva preso con sé, quella era la frase che aveva ripetuto più volte e con maggiore convinzione. “Non è l’attenzione sulla nostra diversità che desideriamo conquistare”. Qualsiasi altra cosa passava in secondo piano, sempre.
Anche quella sera la pronunciò, poco prima che varcassimo la porta dell’ennesimo salotto in cui di lì a poco si sarebbe esibita, in dosi diverse, la commistione di politica, cultura, futilità e mondanità.
Risiedevamo a Torino solo da una settimana, ma la notizia della presenza della nostra famiglia aveva già fatto il giro delle bocche delle gran dame dell’alta borghesia, e gli inviti ci cadevano in mano senza che noi facessimo nulla. Domiziano si faceva passare per un lontano discendente di un granduca veneziano, e noi eravamo i suoi protetti. In base alla storia che avevamo costruito, risultavamo essere i figli legittimi di un amato fratello maggiore, perso a causa di una grave malattia polmonare.
Niente madre, morta poco dopo aver messo al mondo Victoria.
Questo era tutto ciò che la gente sapeva e la curiosità – insieme al lignaggio, alla reputazione di creature affascinanti, e al fatto che Domiziano risultasse a sua volta vedovo e sia io che Vic non manifestavamo legami sentimentali con chicchessia – rendeva la nostra presenza più che richiesta a cene e feste di ogni genere.
In quella particolare occasione il programma della serata prevedeva anche una dimostrazione dei poteri di una donna che aveva fama di essere una medium, esperta nei contatti con l’aldilà. Domiziano, benché scettico, non voleva perdere l’occasione di incontrare una possibile strega, perciò aveva accettato di buon grado l’invito della padrona di casa. Invito che gli era stato fatto recapitare tramite una conoscenza comune, una mortale incontrata a teatro con cui in quei giorni il nostro Creatore aveva intrecciato una relazione.
La lettera recava la firma della Contessa Lodovica Sperelli, che si rivelò essere una perfetta salonnière. Bastava un suo gesto, una parola, un’occhiata, e la conversazione prendeva forme più interessanti. Graziosa e dotata di un seducente sorriso, racchiudeva in sé tutte le qualità necessarie a una signora con un salotto mondano da presiedere.
Nella buona società del tempo, per le donne l’educazione musicale era considerata essenziale. Quindi non mi stupii quando da uno dei salottini minori ascoltai il diffondersi di una sonata da pianoforte. Lasciai che il mio corpo si facesse trasportare dalle note e mi fermai appena varcata la soglia della stanza. Attorno all’imponente strumento a coda era raccolto un gruppetto formato da giovani gentiluomini e piccole dame più o meno interessanti. In un angolo notai una bellissima arpa lasciata lì quasi con trascuratezza. La musica nasceva dalle dita affusolate della figlia della contessa, una delicata fanciulla di circa diciassette anni che, ahimè per lei, difettava del tutto in bellezza. La somiglianza con la madre era forte, ma purtroppo nulla di ciò che risultava grazioso nella donna adulta si era riversato nei lineamenti della giovinetta. A ogni modo, se tenevi gli occhi chiusi, ascoltare la sua musica era una delizia.
A parte questa breve parentesi musicale, avevo passato quasi tutto il tempo per conto mio, nel fumoir. Domiziano invece si era dileguato pochi minuti dopo aver messo piede in casa. Probabilmente aveva lasciato le stanze di rappresentanza per salire al piano superiore con la sua amante (sospettavamo che dovesse essere tale, anche solo per la lascivia con cui lei lo guardava, sfrontata e priva di qualsivoglia pudore).
A Victoria era andata peggio. Era stata catturata da alcune dame nella sala da ballo e trasportata in una noiosa conversazione di cui lei era il centro, tempestata di sciocche domande circa la moda francese. Scarpe, cappellini, guanti e tessuti. Se fosse stata ancora umana le sarebbe scoppiata una terribile emicrania.
Per un attimo i nostri occhi si incrociarono. A quel tempo non eravamo ancora molto bravi a comunicare con il pensiero, perciò seguii l’intuito e nel suo sguardo riconobbi una muta richiesta di aiuto. Se qualcuno non fosse accorso a salvarla da quelle cosiddette “signore”, la sua pazienza si sarebbe esaurita di lì a poco.
Non mi mossi di un centimetro.
Se per grazia ricevuta avesse fatto qualcosa di stupido, avrei potuto seguirla sul carrozzone del “ho sbagliato, ma non l’ho fatto apposta” e per di più senza averne alcuna colpa. Speravo perciò con tutto me stesso che Vic si avventasse sulla gola di una di quelle galline vestite a festa. Va bene, lo so, non era un pensiero carino, ma accidenti, mi stavo davvero annoiando a morte.
Nella mente già immaginavo la scena... Lei che balzava in avanti, lo stupore negli occhi della preda, seguito dal tentativo di gridare, soffocato però dai denti di mia sorella calati a fondo nella vena della malcapitata...
A quel punto sarei dovuto intervenire per forza, lavorando sulle menti di coloro che avevano assistito alla scena, e già che c’ero mordicchiando qua e là per riprendere l’energia sprecata nel modificare i ricordi degli umani presenti. Era un piano perfetto, se non fosse che Domiziano quella sera era stato chiaro: non eravamo andati lì per nutrirci, né per giocare o sollazzarci. E Vic non gli avrebbe mai disobbedito, nemmeno sotto tortura. Peccato che lui per primo, come ogni buon padre che si rispetti, avesse mancato alle sue stesse direttive.
E il tempo sembrava non passare mai...
Ero quasi sul punto di abbandonare quella casa con una scusa qualsiasi – e visto che Domiziano non si trovava, Victoria per norma e buone maniere avrebbe dovuto seguirmi – quando il nostro Creatore fece la sua comparsa da un salotto attiguo a quello della musica. Bastò uno sguardo e persi tutte le mie fantasie. Mi diressi verso di lui a grandi falcate.
Pochi secondi dopo Victoria era con noi. Lo osservai e sogghignai.
Avevo immaginato il giusto. Domiziano aveva giocato, si era sollazzato, e soprattutto si era nutrito a dovere. Se solo avesse voluto sarebbe stato un eccellente politico già all’epoca, aveva infatti appena dimostrato che anche per lui valeva il detto “fate quel che dico, non fate quel che faccio”.
Lo guardai tentando di mettere nei miei occhi quanto più rimprovero mi fosse possibile, ma lui reagì con una risatina sommessa e poi girò sui tacchi. Io sbuffai e Victoria si schiarì la gola facendomi un cenno con il ventaglio, come a voler dire “smettila di fare il bambino cretino e datti un contegno”.
Fantastico, ero ufficialmente offeso con entrambi.
Entrammo in una stanza silenziosa, illuminata da poche candele.
Loro con grazia, io sbattendo i piedi e guardando altrove.
Al centro una grande tavola rotonda a cui sedevano già parecchie dame e cavalieri. Opposto alla porta di ingresso si trovava un piccolo trono, semplice ma imponente. Su di esso vidi una donna dalle forme generose, non bella ma interessante, e vestita di scuro.
Tutti i presenti sembravano pendere dalle sue labbra.
Domiziano si accomodò su una delle poche sedie vuote ancora rimaste, Victoria e io restammo invece in disparte. Eravamo anche noi curiosi, ma al contrario del nostro Creatore, per nulla interessati a partecipare a qualsiasi cosa stesse per succedere.
La donna cominciò a esibirsi per quel pubblico non tanto numeroso quanto scelto, costituito in gran parte da letterati, professori d’università, politici, membri del corpo diplomatico e nobili gentiluomini, molti accompagnati dalle rispettive signore.
Nelle prime parole che lei pronunciò, riconobbi una citazione di Niceforo Filalete, pseudonimo utilizzato da Vincenzo Scarpa nella società torinese di studi spiritici: «Gli spiriti non sono astrazioni, ma esseri definiti, limitati, circoscritti. Incarnati nel corpo ne costituiscono l’anima, sciolti da esso conservano una spoglia fluida più leggera.»
I suoi occhi si posarono a turno su ognuno dei commensali, facendo trasalire le dame, e suscitando alcune brevi risa incredule nei cavalieri.
«Come tutti sappiamo, sono numerose ormai le osservazioni che dimostrano che l’essere umano consta di tre parti» continuò, fredda e sicura di sé. «La prima è lo spirito, o anima, in cui risiede il principio morale.»
Mi chinai leggero verso Victoria e le sussurrai piano: «Ecco spiegato l’arcano per cui io sia privo di morale, mi ha lasciato insieme all’anima.»
Lei sorrise, ma la donna fece una pausa e, come se avesse potuto sentirmi, fissò i suoi grandi occhi marroni su di me. Contraccambiai il suo sguardo, per nulla intimorito. Il resto della sala sembrò non accorgersi di quello scambio, e non fece una piega quando lei riprese a parlare.
«La seconda è il corpo, involucro materiale che riveste temporaneamente l’anima. Il terzo, e più importante, è il perispirito, involucro fluidico semimateriale che serve da legame tra l’anima e il corpo stesso.»
Un’altra breve pausa, carica di teatralità. «Questa sera assisterete alla presenza del perispirito attraverso me» detto questo chiuse la bocca di scatto, abbassò le palpebre, e cominciò a inalare aria nei polmoni con ritmo lento e studiato.
Calò un silenzio quasi irreale. Se in quella stanza fosse entrata una mosca e avesse ronzato, l’avremmo sentita tutti.
Non più di un minuto o due e la donna riaprì gli occhi con un unico movimento lesto. Il colore non era più lo stesso. Ora riflettevano un azzurro intenso. Sbatté le palpebre più volte, quasi a chiarirsi le idee su dove si trovasse. Mi voltai verso Victoria. Aveva la bocca semiaperta.
Pure lei si era accorta che qualcosa era cambiato. Domiziano ci dava le spalle, ma percepimmo comunque il suo nervosismo.
Quando la donna parlò, anche la voce era diversa, più dolce, ma allo stesso tempo più tagliente. «Quante anime poco interessanti a questo umile tavolo» disse, posando gli occhi su ognuno dei presenti, Domiziano compreso, ma non fu a lui che rivolse le successive parole. «Essere immortale che non regali a me i tuoi occhi, io prenderò il tuo potere un giorno, e tornerò a camminare tra i vivi tronfia di vittoria.»
Stavo ancora osservando mia sorella, e senza un valido motivo sentii un brivido scendermi lento lungo la schiena. Quando tornai a guardare verso il tavolo al centro della sala, la donna si trovava accasciata sulla sedia, priva di sensi.
Alcune dame erano già corse in suo aiuto, mentre gli uomini stavano cominciando a discutere circa la messinscena a cui avevano assistito.
Domiziano invece non ebbe dubbi e fu veloce ad abbandonare la stanza. Lo seguimmo senza bisogno di essere sollecitati.
Lasciammo la città quella notte stessa.
Scrollai la testa. Fu come essere ridestato da un sonno pesante. Mi passai entrambe le mani tra i capelli, ormai asciutti.
Essere immortale pensai.
Diedi a me stesso un’ultima fugace occhiata nello specchio, ma non mi soffermai a riflettere, anzi, mi cambiai veloce, controllai che le spesse tende scure fossero chiuse e mi diressi verso il letto.
Prima di cedere al richiamo del riposo, sentii alcune parole riecheggiare nella mente: “... il terzo, e più importante, è il perispirito, involucro fluidico semimateriale che serve da legame tra l’anima e il corpo stesso...”.
Poi espirai e incontrai il silenzio e le tenebre.


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